sabato 29 novembre 2025

Il motoconcho, una istituzione dominicana!


Nella Repubblica Dominicana ci sono immagini che raccontano da sole un Paese: il colmado che non dorme mai, la musica che purtroppo vibra dalle casse all’angolo di ogni strada, il profumo del café colado al mattino. E poi c’è lui: il motoconcho, l’infallibile, onnipresente, indispensabile re delle brevi distanze.

Per chi vive qui, ormai fa parte della normalità; per chi arriva dall’estero, soprattutto dall’Italia, è spesso la prima sorpresa. Ma al di là della simpatia, il motoconcho è molto più di un semplice passaggio in moto: è una vera istituzione nazionale, sociale ed economica, soprattutto nelle città di provincia e nelle zone costiere come Samaná, Las Terrenas e Las Galeras.

È il mezzo ideale per chi ha fretta, per chi deve spostarsi pochi minuti o per chi non vuole affrontare traffico, camminate sotto il sole dominicano o attese infinite.
Si ferma ovunque, parte in un attimo, conosce ogni scorciatoia e ogni buca della strada.

E soprattutto adattabilità totale.
Sul motoconcho si è visto di tutto: la spesa settimanale, taniche d’acqua, bambini che vanno a scuola, turisti con valigie improbabili, ammalati con la flebo innestata e persino cani, galline, maiali... L’impossibile non esiste: basta legare o tenere forte.

Per migliaia di dominicani, il motoconcho non è solo un lavoro: è una fonte di reddito immediata e flessibile, che permette di mantenere famiglie, pagare studi, coprire spese quotidiane.
È trasporto pubblico informale, ma efficiente, regolato da un equilibrio spontaneo: tutti conoscono le tariffe, tutti sanno dove trovarli e quasi sempre si stabilisce un rapporto tra cliente e motoconchista “di fiducia”.

Non si può ignorare un aspetto importante: la sicurezza.
Molti motoconcholins non usano casco, alcuni guidano in modo sportivo, la velocità è variabile come l’asfalto, e il traffico dominicano non è sempre prevedibile.

Negli ultimi anni le autorità hanno avviato campagne per regolarizzare il settore, introdurre caschi obbligatori, migliorare la formazione dei conducenti ed evitare l’uso del motoconcho per attività illecite.
Il percorso è ancora lungo, ma la consapevolezza cresce.

Al di là di tutto, è parte dell’identità dominicana.
È folclore urbano, è solidarietà spontanea, è il mezzo che arriva quando piove, quando la guagua non passa, quando bisogna essere puntuali o quando il colmado è troppo lontano per andare a piedi.

E per gli italiani che vivono qui?
Diventa presto un simbolo di adattamento: chi sale sul motoconcho per la prima volta capisce che sta entrando davvero nella vita quotidiana del Paese.



Perché tanti dominicani sono rumorosi, insofferenti alle regole e indifferenti alla pulizia?


Un problema culturale, storico… o politico?

Chi vive nella Repubblica Dominicana da anni — e chi la ama profondamente — lo sa bene: la bellezza straordinaria dell’isola convive con comportamenti quotidiani che a volte sorprendono, confondono o irritano. Rumore eccessivo, indifferenza al rispetto delle regole, motorini senza casco, pattumiere ignorate, musica a tutto volume a qualsiasi ora: sono fenomeni reali, visibili e radicati. 

Ma da dove nasce tutto questo? È davvero solo “modo di essere”? O c’è qualcosa di più profondo?

Dire che è “retaggio dello schiavismo, del desiderio di libertà di chi era in catene” sarebbe una semplificazione, ma negare che la storia lasci cicatrici sarebbe altrettanto sbagliato.
Per quasi quattro secoli, la popolazione dominicana ha vissuto sotto modelli di potere piramidali in cui chi comandava poteva tutto, chi era in basso non aveva diritti, le regole servivano solo a favorire i più forti.

In questi contesti non nascono cultura civica né fiducia nelle istituzioni: si sviluppa invece l’idea che nella cultura dominicana (come in molte culture caraibiche e afrodiscendenti), il rumore non è necessariamente segno di inciviltà: è identità, è comunità, è modo di esprimersi.
Il problema nasce quando la libertà di uno invade violentemente lo spazio dell’altro, cosa che accade spesso dove non esistono regole condivise o strumenti per farle rispettare.

Qui arriviamo alla domanda cruciale: perché le regole non si fanno rispettare?
La risposta è semplice e scomoda:

Perché far rispettare le regole fa perdere voti.

Molti politici, municipali e nazionali, preferiscono evitare conflitti con gruppi rumorosi, tassisti senza licenza, venditori informali, motoconchistas senza casco, locali notturni con casse potenti come discoteche, perché sono migliaia, votano, si mobilitano rapidamente, possono trasformare un candidato in un nemico politico.

Così si crea un paradosso: chi rispetta le regole si sente abbandonato, chi non le rispetta si sente legittimato. Risultato: lo Stato arretra, l’anarchia avanza.

Il sistema educativo dominicano ha fatto progressi, ma raramente insegna educazione civica, cultura del bene comune, rispetto dello spazio pubblico, responsabilità individuale. E senza queste basi, il resto diventa improvvisazione.

Allora è tutto perduto? No, la trasformazione è già iniziata

Le nuove generazioni sono molto più consapevoli: sono sensibili all’ambiente, si indignano sui social, viaggiano di più, chiedono servizi migliori, sono più esigenti.

Molti comuni stanno iniziando campagne più decise sulla pulizia e sul rispetto degli spazi pubblici, anche grazie alla pressione di residenti e comunità straniere.

Rumore, individualismo e sporcizia non sono tratti genetici né difetti morali. Sono il risultato di: storia difficile, istituzioni deboli, politica accomodante, mancanza di regole chiare e rispettate, un’educazione civica assente.

Eppure la Repubblica Dominicana ha tutto per diventare un modello caraibico: energia, creatività, cultura, talento umano.

Serve solo una cosa: uno Stato, e una società, che credano davvero nelle regole. E le applichino.


Un lettore ci scrive: "Non posso pagare i 2 mila euro per godere della sanità italiana"

 


Vivo e lavoro nella Repubblica Dominicana.
Guadagno meno di mille euro al mese.
La sanità dominicana non è paragonabile a quella italiana: per un intervento importante devi pagare tutto, e le assicurazioni coprono solo una parte.

Voglio tornare in Italia per operarmi.
Ma non ho 2.000 euro per pagare la nuova quota richiesta agli iscritti AIRE.
E allora mi chiedo: cosa fa l’Italia nei miei confronti?
Sono italiano o non lo sono?
Ho gli stessi diritti degli altri cittadini, oppure no?

Perché chi vive negli Stati Uniti o in Canada magari può permetterselo, ma qui nei Caraibi 2.000 euro equivalgono a due o tre stipendi.
Io non sono un italiano di serie B.
Sono un cittadino italiano che ha solo avuto la sfortuna di vivere in un Paese dove gli stipendi sono bassi.
E ora il mio Paese mi esclude dalla sua sanità pubblica solo perché non posso pagare?”

Rispondiamo: 

Gentile lettore.

La tua domanda — “cosa fa l’Italia nei miei confronti?” — è anche la domanda centrale che migliaia di italiani all’estero stanno ponendo in queste ore.

 E purtroppo, la risposta oggi è semplice e dura:
se non puoi pagare, resti fuori.

 La nuova norma approvata dalla Camera (speriamo che il Senato abbia più buon senso) impone agli iscritti AIRE un contributo annuo di 2.000 euro per accedere alla sanità italiana durante i rientri temporanei.

Una misura che — come la tua testimonianza dimostra — non colpisce chi vive nei Paesi ricchi, ma chi vive nei Paesi dove 2.000 euro equivalgono a mesi di lavoro.

È un costo proibitivo per migliaia di italiani residenti in America Latina, Caraibi, Africa e Asia, dove gli stipendi medi sono bassi e le assicurazioni non coprono interventi complessi.

 La Costituzione italiana tutela il diritto alla salute come diritto fondamentale.
E stabilisce che tutti i cittadini hanno “pari dignità sociale”.

Ma come conciliare questi principi con una legge che divide gli italiani in:

  • chi può pagare e quindi accede alla sanità,

  • e chi non può e quindi viene escluso?

La tua lettera mostra chiaramente la frattura creata da questa misura.

A proporre e sostenere la norma è stato il deputato Andrea Di Giuseppe, eletto negli USA, con il supporto di Christian Di Sanzo, anch’egli eletto nella stessa circoscrizione.

Una scelta che favorisce solo chi vive nei Paesi ricchi e ha ignorato chi vive nei Paesi poveri.
Una scelta che ha spaccato il mondo AIRE e alimentato un senso di abbandono tra chi non ha redditi elevati.

 In questo scenario, una sola forza politica si è opposta: il MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero).

È stato l’unico a votare contro la tassa da 2.000 euro, l’unico a difendere il principio che nessun cittadino italiano deve essere discriminato in base al reddito o al Paese in cui vive.

Una posizione che — nel contesto attuale — rappresenta un appello al buon senso e all’equità.

 La tua domanda resta aperta, e oggi non ha una risposta soddisfacente.

Uno Stato dovrebbe garantire cura e protezione ai suoi cittadini più vulnerabili, non escluderli.
La salute non è un lusso.
Non è un servizio premium da attivare pagando un abbonamento.
È un diritto costituzionale.

E quando un lettore scrive: “Sono italiano. Perché non posso curarmi come gli altri italiani?” non è solo una domanda personale.
È l’accusa più potente contro una norma che rischia di creare italiani di serie A e italiani di serie B.



 


venerdì 28 novembre 2025

Vincenzo Odoguardi (MAIE): “Abbiamo presentato una alternativa alla Legge Tajani sulla cittadinanza” (VIDEO)



Il vicepresidente del MAIE, Vincenzo Odoguardi, annuncia la nuova proposta di legge sulla cittadinanza presentata dal Movimento.

“Oggi parliamo della legge sulla cittadinanza, la famosa Legge Tajani che, se lasciata così com´è, andrebbe a penalizzare fortemente i discendenti degli italiani che vivono all’estero. Noi, come MAIE, abbiamo presentato una nuova legge che, nel caso che la Legge Tajani venga considerata anticostituzionale, a nostra rappresenterebbe una alternativa, l’unica alternativa di proposta di legge esistente. Quindi vedremo cosa succederà nei prossimi giorni con la Legge Tajani che, nel caso venisse lasciata così com’è, nel giro di pochissime generazioni ridurrebbe degli Italiani all’Estero di un buon 70 per cento.

Prossimamente parlerò dell’importanza dell’essere Italiani all’Estero, di cosa rappresenta l’Italiano all’Estero per l’Italia, ma non soltanto. Parlerò dei problemi dei pensionati italiani all’estero, dei progetti finanziabili per gli italiani all’estero e delle tendenze demografiche degli italiani all’estero”.

Crosetto e il ritorno della leva obbligatoria: nel 2025 serve davvero o è solo un anno perso per i giovani?

 


L’idea di reintrodurre la leva militare obbligatoria in Italia torna ciclicamente sul tavolo politico. Questa volta a rilanciarla è il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, convinto che il servizio militare possa rafforzare il senso civico, l’identità nazionale e la “resilienza” del Paese.

Ma nel 2025, in una società globalizzata, digitale e con un mercato del lavoro in forte trasformazione, la domanda è inevitabile: ha ancora senso obbligare un’intera generazione a interrompere la propria vita per un anno?

Una proposta che guarda al passato

La leva obbligatoria appartiene a un’Italia che non esiste più: un Paese agricolo-industriale, con comunità radicate e un tessuto sociale molto diverso. Oggi i giovani vivono tra università, lavoro precario, mobilità internazionale, competenze tecnologiche, startup, lingue straniere.

Imporre loro dodici mesi di addestramento militare significa inserire un modello del Novecento in una realtà completamente cambiata.

È davvero una questione di difesa?

L’Italia, come la maggior parte dei Paesi europei, ha scelto da oltre vent’anni un esercito professionale, specializzato e tecnologico. Le operazioni moderne richiedono competenze avanzate: cyberdifesa, droni, intelligence, logistica complessa.

Pensare di sostituire tutto questo con un flusso annuale di ragazzi appena maggiorenni è irrealistico, oltre che dispendioso.

Molti analisti lo dicono apertamente: la leva non rafforza la difesa, la complica.

Il vero nodo: un anno della vita dei giovani

Al di là del discorso militare, c’è un aspetto che in Italia si tende a ignorare: per un giovane, un anno è tantissimo.

Un anno di:

  • studio universitario,

  • prime esperienze professionali,

  • opportunità all’estero,

  • crescita personale,

  • formazione specialistica.

Interrompere tutto questo significa rallentare l’ingresso nel mondo del lavoro, proprio in un Paese che già oggi vede i giovani fare fatica a trovare un’occupazione e costruirsi una carriera dignitosa.

L’argomento del “serve a creare disciplina”

I sostenitori della leva ripetono che “serve ai giovani”, che “li disciplina”, che “li responsabilizza”.
È un argomento che rivela una certa nostalgia per un passato paternalista, in cui lo Stato educava i ragazzi più delle famiglie e della scuola.

Nel 2025, la disciplina non nasce mettendo in fila migliaia di diciottenni con un fucile scarico: nasce da un sistema scolastico migliore, da una società meno precaria, da opportunità concrete, da percorsi formativi moderni.

Esistono alternative più intelligenti

Se l’obiettivo fosse veramente “rafforzare la coesione nazionale”, esistono soluzioni molto più adatte:

  • Servizio civile universale davvero accessibile,

  • programmi giovanili di utilità sociale,

  • volontariato obbligatorio ma flessibile,

  • percorsi di formazione su emergenze, protezione civile, primo soccorso,

  • educazione civica avanzata.

Tutte opzioni che sviluppano competenze utili alla società senza militarizzare un’intera generazione.

Una proposta che non convince (e divide)

La verità è che la leva obbligatoria, oggi, non risolve nessun problema reale:
non migliora la difesa, non modernizza il Paese, non aiuta i giovani.

Sembra più un messaggio politico-identitario che una strategia concreta.

L’unica cosa certa è che costringere milioni di ragazzi a fermare studio e lavoro per un anno rischia di diventare l’ennesimo ostacolo in un’Italia già poco generosa con i suoi giovani.

È legittimo chiederselo: di chi sarebbe il beneficio? Dello Stato o dei ragazzi?

E se la risposta non è chiara, forse è perché questa proposta appartiene più al passato che al futuro.

AIRE e Sanità: il nuovo contributo da 2.000 euro all’anno divide gli italiani all’estero. È costituzionale escludere chi non può pagare?


La Camera dei deputati ha approvato il provvedimento che introduce un contributo annuo di 2.000 euro per gli iscritti AIRE che intendono usufruire del Servizio Sanitario Nazionale durante i rientri temporanei in Italia.

Una norma che cambia radicalmente l’accesso alle cure per milioni di italiani residenti all’estero — e che sta provocando polemiche, dubbi giuridici e forti preoccupazioni nelle comunità emigrante, soprattutto nei Paesi con redditi molto bassi.

Un costo proibitivo per gli italiani nei Paesi poveri

In America Latina, nei Caraibi, in Africa e in molte aree dell’Asia, gran parte degli italiani iscritti AIRE vive con stipendi di poche centinaia di dollari al mese, spesso inferiori ai 300–400.

Per loro, versare 2.000 euro all’anno significa dover scegliere tra la salute e la sopravvivenza quotidiana. È evidente che migliaia di connazionali saranno di fatto esclusi dall’accesso alla sanità pubblica italiana, salvo pagare visite e ricoveri privatamente — cosa ancora più impossibile per chi vive in condizioni economiche difficili.

La Costituzione cosa dice?

La Costituzione italiana, all’articolo 3, afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”.
L’articolo 32 stabilisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

Ed è qui che nasce la domanda: se due cittadini italiani hanno gli stessi diritti, è costituzionale subordinare l’accesso alla sanità alla capacità di pagare una quota così elevata?

Gli esperti si dividono

  • Chi critica la legge sostiene che il contributo rappresenta una forma di discriminazione economica: il diritto alla salute, essendo fondamentale, non può dipendere dal reddito. Per chi vive in Paesi poveri, 2.000 euro equivalgono a diversi mesi di stipendio: una barriera insormontabile.

  • Chi difende la norma ricorda che il SSN è finanziato principalmente dalle tasse dei residenti in Italia. Gli iscritti AIRE, non contribuendo al sistema fiscale nazionale, non possono pretendere un accesso illimitato e gratuito. Il contributo sarebbe quindi una “equivalenza contributiva”.

La questione tuttavia rimane aperta: una legge può creare una distinzione tra cittadini basata sul reddito?
È questo il punto su cui probabilmente si pronunceranno costituzionalisti e – forse – la Corte Costituzionale, qualora il provvedimento venisse impugnato.

Una comunità che si sente dimenticata

Al di là dei tecnicismi legali, il malcontento è forte.
Molti italiani all’estero percepiscono questa norma come l’ennesima dimostrazione di una distanza crescente tra Roma e le comunità emigrante, spesso viste solo come “cittadini di serie B” o come contribuenti occasionali.

Per tanti connazionali con redditi bassi, anziani, o con patologie croniche, il rischio è concreto: rientrare in Italia potrebbe diventare impossibile o impraticabile dal punto di vista sanitario.

Il nodo politico e sociale

Il dibattito non è solo giuridico, ma anche etico e politico.
Il diritto alla salute è universale? Oppure è legittimo chiedere un contributo a chi non partecipa al sistema fiscale nazionale?

E soprattutto: può il Parlamento introdurre una legge che, pur non dichiarandolo, finisce per escludere i più poveri?

Sono domande che meritano finalmente una risposta chiara — nel rispetto della Costituzione e della dignità di milioni di italiani che continuano a sentirsi parte del proprio Paese, anche da migliaia di chilometri di distanza.


giovedì 27 novembre 2025

La musica è finita? Sì, e Ornella Vanoni lo aveva previsto

 


La musica è finita”, cantava Ornella Vanoni. Una frase che allora aveva un sapore malinconico, oggi suona come una profezia compiuta. La musica di un tempo – quella fatta di sette note, di musicisti che studiavano sul rigo, di voci intonate senza autotune – sembra sparita dal panorama. Le classifiche globali sono dominate da reggaeton, trap, urbana e prodotti nati più da algoritmi che da ispirazione. È cambiato tutto: non conta più il talento, ma il ritmo virale; non importa la melodia, basta un beat ripetuto mille volte su TikTok.

A questo si aggiunge un altro protagonista: la intelligenza artificiale. Oggi chiunque può “comporre” un brano senza conoscere una scala musicale, senza aver mai toccato uno strumento. Basta dare due istruzioni a un software e la macchina fa tutto: melodia, armonia, voce, perfino un finto cantante creato da zero. Il risultato? La musica, quella vera, quella che richiedeva studio, disciplina e sensibilità, sembra sempre più marginalizzata, sostituita da prodotti seriali e senza anima.

E poi c’era un gesto che oggi appare quasi archeologia: comprare un vinile, un CD, sfogliare un libretto, leggere i testi, sentire il profumo della carta e del disco nuovo. Oggi tutto è “gratis” su internet, tutto è riproducibile all’infinito, tutto è leggero, usa-e-getta. Il valore dell’opera si è svuotato, e con esso il rispetto per chi la creava. Ma una cosa resta: finché ci saranno persone capaci di distinguere tra rumore e arte, tra moda e musica, la musica vera non morirà mai. Forse non è finita davvero. Forse si è solo nascosta, in attesa di chi la sa ancora ascoltare.