mercoledì 14 gennaio 2026

Trasporto pubblico a Las Terrenas: un problema quotidiano che chiede soluzioni


Las Terrenas continua a crescere, sia dal punto di vista turistico che residenziale, ma il tema del trasporto pubblico resta uno dei più discussi e controversi. Residenti dominicani, italiani e stranieri concordano su un punto: muoversi in città è difficile, costoso e spesso poco dignitoso, soprattutto per alcune categorie di persone.

Oggi il mezzo più utilizzato per gli spostamenti urbani è il motoconcho. Una soluzione rapida, certo, ma tutt’altro che ideale. Le tariffe sono aumentate nel tempo: 100 pesos anche per tragitti molto brevi, 150 pesos e oltre per spostamenti leggermente più lunghi. Un costo che, moltiplicato per più corse al giorno, pesa notevolmente sul bilancio di chi lavora o vive stabilmente inquesta cittadina turistica..

Ma il problema non è solo economico. Il motoconcho è scomodo e inadatto in molte situazioni:

  • Quando piove, spostarsi in moto diventa praticamente impossibile.

  • Anziani e persone ammalate hanno evidenti difficoltà a utilizzare questo mezzo.

  • Anche famiglie con bambini o chi trasporta borse e spesa si trovano spesso senza alternative.

I taxi urbani, di fatto, non esistono. Operano quasi esclusivamente i taxi turistici, che applicano tariffe pensate per i visitatori: 600 pesos e oltre anche per brevi tratte interne, cifre fuori portata per la maggior parte dei residenti.

In questo contesto, negli ultimi mesi è tornata con forza la richiesta di permettere l’ingresso di Uber o di servizi simili. Molti vedono nelle piattaforme di mobilità una possibile soluzione: prezzi più trasparenti, auto invece di moto, maggiore sicurezza e comfort.

Va ricordato che in passato Uber aveva già tentato di entrare a Las Terrenas, ma l’iniziativa si era arenata a causa dell’opposizione delle associazioni dei taxisti turistici e dei motoconchisti, che avevano negato il loro consenso, di fatto bloccando l’esperimento.

Oggi, però, la situazione è cambiata. La città è cresciuta, la popolazione residente è aumentata e le esigenze di mobilità sono più complesse di qualche anno fa. Continuare a ignorare il problema significa penalizzare residenti, lavoratori e anche il turismo di qualità, quello che cerca servizi efficienti e moderni.

La domanda resta aperta:
Las Terrenas è pronta a ripensare il suo sistema di trasporto urbano?
Che si tratti di Uber, di taxi locali regolamentati o di un vero servizio pubblico, una cosa è certa: così com’è, il sistema non funziona più.

martedì 13 gennaio 2026

“Calibrare”: quando l’incoscienza diventa spettacolo sulle strade

 


C’è una deprecabile usanza che si sta diffondendo sempre più, soprattutto tra alcuni giovani, sulle strade della Repubblica Dominicana: il cosiddetto “calibrare”. Con questo termine si indica la pratica di andare in moto per un tratto sollevando la ruota anteriore, viaggiando esclusivamente su quella posteriore, spesso accelerando per rendere la manovra più spettacolare.

Non si tratta di un gioco innocuo né di una semplice bravata. Calibrare è prima di tutto sinonimo di assenza di educazione stradale, di sprezzo delle regole e, soprattutto, di totale disprezzo del pericolo, sia per chi guida sia per chi si trova attorno. È una pratica che trasforma la strada, luogo condiviso da tutti, in un palcoscenico per esibizioni irresponsabili.

Chi calibra perde gran parte del controllo del mezzo. Basta un ostacolo, una frenata improvvisa, un pedone che attraversa o un’auto che svolta per trasformare l’esibizione in tragedia. Eppure questa abitudine viene spesso giustificata come segno di abilità, di coraggio o, peggio ancora, di “stile”. In realtà è l’esatto contrario: è incoscienza pura.

Il problema non riguarda solo chi guida la moto. Coinvolge bambini, anziani, automobilisti, altri motociclisti, tutti costretti a convivere con un comportamento che aumenta drasticamente il rischio di incidenti. Le strade dominicane sono già sufficientemente pericolose senza aggiungere pratiche che sfidano apertamente il buon senso.

Alla base di questo fenomeno c’è anche una carenza educativa. Calibrare non è solo una violazione del codice della strada, ma il sintomo di una cultura che non insegna il rispetto delle regole comuni, né il valore della responsabilità individuale. Dove manca l’educazione civica e stradale, la trasgressione diventa normalità e il pericolo viene banalizzato.

Contrastare questa usanza richiede più di semplici multe. Servono controlli seri, certo, ma soprattutto educazione, fin dalle scuole, e una presa di posizione chiara da parte delle istituzioni e della società. La strada non è un circuito, e la vita propria e altrui non è un accessorio sacrificabile per qualche secondo di esibizionismo.

Continuare a tollerare il “calibrare” significa accettare l’idea che il caos sia normale e che la sicurezza sia un optional. Ma una società matura si misura anche da come protegge i più deboli e da quanto pretende responsabilità da chi condivide spazi pubblici.

L’ItaloDominicano continuerà a denunciare queste cattive abitudini, perché il rispetto delle regole stradali non è un dettaglio: è una questione di civiltà.

 

lunedì 12 gennaio 2026

Quanto danno fanno le reti sociali alla lettura di libri e alla cultura in genere?


Tra scrittura approssimativa, reazioni aggressive e progressivo impoverimento del linguaggio.

Chi osserva con attenzione il dibattito pubblico nella Repubblica Dominicana non può fare a meno di porsi una domanda scomoda: quanto stanno danneggiando le reti sociali la lettura dei libri e la cultura in generale? Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di constatare un fenomeno sempre più evidente, che incide profondamente sul modo di scrivere, di pensare e di comunicare.

Scorrendo Facebook, Instagram o altre piattaforme, si assiste quotidianamente a vere e proprie mostruosità grammaticali: frasi senza senso, errori ortografici gravi, punteggiatura inesistente, parole scritte “a orecchio”. Nulla di sorprendente, se non fosse che questi errori non provengono solo da giovani studenti, ma anche da adulti, professionisti, persone con titoli di studio elevati. Ancora più inquietante è il fatto che, quando qualcuno prova a correggere con educazione, la risposta non sia il ringraziamento, ma spesso l’insulto, l’aggressione verbale, l’accusa di “sentirsi superiore”.

Questo atteggiamento rivela un problema culturale profondo. La lingua non è più percepita come uno strumento da rispettare e curare, ma come un fastidio secondario. Scrivere male non è più considerato un limite, bensì qualcosa di normale, quasi da rivendicare. In questo contesto, la lettura dei libri diventa un’attività marginale, quando non del tutto assente.

Eppure, in questo Paese si legge poco, troppo poco. La lettura non è un passatempo elitario, ma la base stessa del sapere. È leggendo che si impara a scrivere, che si arricchisce il vocabolario, che si acquisisce la capacità di costruire un pensiero complesso e coerente. Senza lettura non c’è padronanza della lingua, e senza padronanza della lingua non c’è vero pensiero critico.

Le reti sociali, per loro natura, favoriscono la velocità, la semplificazione estrema, la reazione immediata. Il libro, al contrario, richiede tempo, concentrazione, silenzio, capacità di seguire un ragionamento. Quando il primo modello sostituisce completamente il secondo, il risultato è una cultura dell’improvvisazione, dell’opinione urlata, della frase scritta male ma difesa con arroganza.

Il danno non è solo linguistico, ma anche civile. Chi non legge fatica a comprendere testi complessi, leggi, contratti, programmi politici. Diventa più vulnerabile alla manipolazione, agli slogan, alle fake news. Una società che legge poco è una società più fragile, meno consapevole, più facilmente controllabile.

Nessuno chiede di rinunciare alle reti sociali. Ma è urgente ristabilire un equilibrio. Promuovere la lettura fin dall’infanzia, valorizzare la scrittura corretta, smettere di giustificare l’ignoranza come se fosse autenticità. Correggere un errore non dovrebbe essere visto come un’offesa, ma come un atto di rispetto verso la lingua e verso chi scrive.

Perché leggere non serve solo a “sapere di più”. Serve a pensare meglio, esprimersi meglio e vivere meglio. E una cultura che rinuncia ai libri, prima o poi, rinuncia anche a se stessa.

L’ItaloDominicano continuerà a insistere su questi temi, perché la cultura non è un lusso: è una necessità.

Perché nelle scuole dominicane non si insegna Educazione Civica?


Una domanda che riguarda il presente – e il futuro – del Paese.

Per molti genitori, insegnanti e osservatori attenti della realtà educativa della Repubblica Dominicana, una constatazione è ormai evidente: l’Educazione Civica, come materia autonoma, è praticamente scomparsa dai programmi scolastici. Ma perché è successo? E quali conseguenze comporta questa assenza?

Formalmente, l’Educazione Civica non è stata abolita. Con le riforme educative degli ultimi anni, soprattutto quelle orientate al cosiddetto currículo por competencias, i suoi contenuti sono stati progressivamente assorbiti in altre materie, come Scienze Sociali, Storia o Formazione Integrale. Il risultato, però, è che non esiste più uno spazio chiaro e strutturato dedicato a temi fondamentali come la Costituzione, i diritti e i doveri del cittadino, il funzionamento delle istituzioni, il rispetto delle regole comuni e la partecipazione democratica. In questo modo l’Educazione Civica è diventata “di tutti” e, molto spesso, di nessuno.

Un altro elemento decisivo è la priorità crescente data alle materie considerate più “misurabili”: matematica, lingua, scienze, competenze digitali. Sono discipline che producono risultati immediati, facilmente valutabili attraverso test standardizzati e utili nei confronti internazionali sull’istruzione. L’Educazione Civica, al contrario, non genera numeri da esibire né effetti rapidi: forma cittadini nel lungo periodo. In un sistema scolastico sotto pressione, questo tipo di formazione finisce per essere considerato secondario.

A questo si aggiunge un problema sempre più evidente e raramente affrontato con franchezza: la scarsa padronanza della grammatica, che non riguarda solo i livelli scolastici di base, ma si estende anche all’istruzione superiore. Abbiamo assistito a gravi errori ortografici e grammaticali – come lo scambio tra b e v – persino in testi redatti da laureati e professionisti, inclusi medici e licenziati. Errori che non dovrebbero esistere a quei livelli di formazione.

Chi ha frequentato il Liceo in altri contesti educativi ricorda bene quanto fosse severa la valutazione della lingua scritta. In un Liceo Classico italiano, ad esempio, un grave errore di grammatica in un tema comportava una insufficienza seria, spesso difficile da recuperare. La correttezza linguistica non era un dettaglio, ma una condizione essenziale per dimostrare capacità di pensiero, rigore e rispetto per chi legge. Oggi, invece, la tolleranza verso l’errore sembra essere diventata la norma, con l’effetto di abbassare progressivamente il livello generale dell’espressione scritta.

C’è poi un aspetto meno dichiarato, ma non per questo meno reale. Educare alla cittadinanza significa sviluppare senso critico, conoscenza delle regole, consapevolezza dei diritti e capacità di controllo del potere. Non è complottismo osservare che una popolazione con scarse basi civiche e linguistiche è più facile da gestire, più incline all’indifferenza, al clientelismo e alla rassegnazione. L’assenza di una vera Educazione Civica e di una solida formazione linguistica non è solo una scelta pedagogica, ma anche una scelta culturale e, in parte, politica.

Le conseguenze sono visibili nella vita quotidiana: scarso rispetto delle regole, disinteresse per la cosa pubblica, confusione tra diritti e favori personali, normalizzazione della corruzione e bassa partecipazione consapevole alla vita democratica. Non si tratta di “difetti nazionali”, ma degli effetti prevedibili di un’educazione incompleta, che trascura sia la formazione civica sia la padronanza della lingua.

Non è però troppo tardi per invertire la rotta. Reintrodurre l’Educazione Civica come materia autonoma, rafforzare seriamente l’insegnamento della lingua, formare docenti preparati e rigorosi, e restituire valore alla correttezza grammaticale come strumento di pensiero, sarebbe un investimento sul futuro del Paese. Perché una società non si costruisce soltanto con infrastrutture e crescita economica, ma con cittadini capaci di comprendere, esprimersi e partecipare consapevolmente.

L’ItaloDominicano continuerà a porre domande scomode, convinto che il futuro della Repubblica Dominicana passi anche, e soprattutto, dalle sue scuole.


sabato 10 gennaio 2026

Il mare dominicano è da Bandiera Blu? Perché Las Terrenas continua a restarne fuori


Quando si parla di mare nella Repubblica Dominicana, l’immaginario corre subito a spiagge caraibiche e acque cristalline. E non a torto. Il Paese vanta diverse spiagge insignite della Bandiera Blu, il riconoscimento internazionale che certifica qualità delle acque, sicurezza, servizi e gestione ambientale. Eppure Las Terrenas, una delle località più amate della penisola di Samaná, non figura tra quelle certificate.

Il motivo, però, non è quello che spesso si sente dire.

Le spiagge di Las Terrenas vengono pulite. Chi vive qui lo sa: Playa Bonita, Las Ballenas, Punta Popy e Cosón non sono abbandonate a sé stesse. La pulizia esiste ed è visibile, anche se non sempre sistematica o coordinata come nei grandi poli turistici del Paese. Il problema, quindi, non è la sabbia.

Il nodo vero è un altro, molto più serio e mai affrontato fino in fondo.

A Las Terrenas non esiste un monitoraggio pubblico e costante della qualità dell’acqua del mare. Mai, negli anni, si è avviato un programma regolare di analisi, campionamenti certificati e pubblicazione dei dati, elementi indispensabili per qualsiasi candidatura alla Bandiera Blu.

A questo si aggiunge una criticità ben nota ai residenti: il Río Caño Seco. Il fiume, in più occasioni, scarica in mare rifiuti solidi e acque contaminate e, di fatto, finisce per sostituire una cloaca che non funziona come dovrebbe. Nei periodi di pioggia la situazione diventa evidente, con materiali che arrivano direttamente sulla costa.

È questo uno dei punti chiave che rende impossibile qualsiasi certificazione ambientale seria. La Bandiera Blu non si basa sulle impressioni o sull’aspetto visivo dell’acqua, ma su analisi documentate, tracciabilità degli scarichi, funzionamento degli impianti fognari e gestione integrata della costa. Senza dati ufficiali, semplicemente, non si può nemmeno iniziare il percorso.

C’è poi un altro aspetto strutturale. Le spiagge Bandiera Blu della Repubblica Dominicana si trovano quasi tutte in aree dominate da grandi resort, capaci di finanziare studi, controlli, infrastrutture e di sostenere i costi della certificazione. Las Terrenas ha invece uno sviluppo più frammentato: piccole strutture, residenze private, affitti brevi, crescita rapida ma poco pianificata.

Il risultato è un paradosso evidente per chi vive sul posto. In molte giornate il mare di Las Terrenas appare limpido, invitante, persino più bello di quello di alcune località certificate. Ma nessuno lo misura davvero, nessuno ne certifica ufficialmente la qualità, nessuno si assume la responsabilità di dire, dati alla mano, se quelle acque siano sempre balneabili secondo gli standard internazionali.

E senza responsabilità non c’è certificazione.

Las Terrenas potrebbe puntare alla Bandiera Blu? Sì, almeno per alcune spiagge. Ma servirebbero scelte chiare: far funzionare la cloaca, intervenire sul Caño Seco, avviare analisi regolari dell’acqua, coordinare pulizia, sicurezza e servizi, e soprattutto rendere pubblici i risultati.

Finché questo non accadrà, l’assenza della Bandiera Blu non dirà che il mare è sporco. Dirà semplicemente che non viene controllato.

E in un Paese che vive anche di turismo e immagine, questa è forse la mancanza più grave.

Come guidano i dominicani. Perché nella Repubblica Dominicana ci sono così tanti incidenti stradali


 

Chi arriva per la prima volta nella Repubblica Dominicana se ne accorge immediatamente: il traffico segue regole diverse da quelle europee. Clacson continui, sorpassi improvvisi, moto che compaiono all’improvviso, semafori spesso “interpretati”. A Santo Domingo, come nei centri più piccoli o sulle strade di provincia, guidare richiede attenzione costante e una buona dose di sangue freddo.

I numeri confermano le sensazioni di chi vive o guida sull’isola: gli incidenti stradali sono una delle principali cause di morte nel Paese e collocano la Dominicana tra le nazioni con il più alto tasso di mortalità stradale dell’area caraibica.

La guida quotidiana appare spesso più istintiva che regolata. La precedenza non è sempre chiara, le corsie sono indicative e l’uso degli indicatori di direzione è sporadico. Il principio non scritto è semplice: passa chi si inserisce per primo. Questo stile non nasce per caso, ma è il risultato di anni di scarsa educazione stradale, controlli irregolari e di un aumento rapidissimo del numero di veicoli.

Un ruolo centrale lo giocano le motociclette. I motoconchos, taxi informali su due ruote, sono una presenza costante e indispensabile per milioni di persone, ma rappresentano anche uno dei principali fattori di rischio. Spesso circolano senza casco, trasportano più passeggeri del consentito e si muovono tra le auto ignorando semafori e incroci. Non a caso, la maggior parte delle vittime degli incidenti stradali sono motociclisti o passeggeri di moto.

Tra le cause più frequenti degli incidenti compaiono anche l’alcol alla guida, soprattutto nei fine settimana e nei periodi festivi, la velocità eccessiva sulle strade extraurbane e l’uso del cellulare al volante. A tutto questo si aggiunge il mancato uso delle cinture di sicurezza, ancora poco diffuso in alcune zone.

Non tutte le responsabilità, però, ricadono sui guidatori. In molte aree del Paese la segnaletica è insufficiente o poco visibile, l’illuminazione notturna carente e le condizioni dell’asfalto precarie. Buche, lavori non segnalati e animali sulla carreggiata rendono la guida particolarmente pericolosa, soprattutto di notte o con la pioggia.

Le leggi esistono e il codice della strada è chiaro, ma la loro applicazione è spesso discontinua. I controlli aumentano dopo incidenti gravi o campagne mediatiche, per poi diminuire nel tempo. Questo contribuisce a diffondere l’idea che le infrazioni siano tollerate e che il rischio di sanzioni sia limitato.

In fondo, il traffico riflette la società: adattamento, improvvisazione e capacità di cavarsela, ma anche poca pianificazione e scarso rispetto delle regole comuni. Cambiare è possibile, ma richiede educazione stradale fin dalle scuole, controlli costanti e investimenti seri nelle infrastrutture.

Guidare nella Repubblica Dominicana non è impossibile, ma significa convivere ogni giorno con l’imprevedibilità. Per gli italiani che vivono sull’isola o la visitano, la regola resta una sola: guidare sempre con prudenza, come se l’altro potesse commettere un errore in qualsiasi momento. Perché, molto spesso, è proprio quello che accade.

venerdì 9 gennaio 2026

La cattura di Maduro e l’eco nei Caraibi: come la Repubblica Dominicana guarda al nuovo capitolo del Venezuela


La drammatica operazione militare con cui gli Stati Uniti hanno catturato il dittatore venezuelano Nicolás Maduro nei primi giorni del 2026 ha scosso sensibilmente l’intero continente americano e arriva come un fatto senza precedenti nella recente storia regionale. L’azione, condotta da forze speciali statunitensi con supporto aereo e di intelligence, ha portato alla deposizione forzata e all’espulsione del leader venezuelano verso gli Stati Uniti, dove dovrà rispondere di accuse legate al narcotraffico e ad altri crimini secondo la giustizia americana.

Un interesse forte anche nei Caraibi

La vicenda non è passata inosservata nella Repubblica Dominicana, dove cittadini e media locali stanno seguendo con attenzione e preoccupazione gli sviluppi politici e umanitari. Secondo sondaggi informali e commenti pubblici raccolti dai quotidiani locali, molti dominicani vedono con favore la rimozione di Maduro, ritenendo che fosse una figura al centro di una lunga crisi politica ed economica per il Venezuela. Qualcuno ha espresso sorpresa e sollievo, sperando che questo apra la strada a un nuovo corso democratico e migliori condizioni di vita per i venezuelani.

Al contempo, è evidente l’interesse che l’opinione pubblica dominicana nutre verso il destino dei migranti venezuelani che vivono nel paese, con legami sociali e lavorativi sempre più stretti tra le due comunità. La percezione prevalente nei commenti raccolti è che una svolta positiva in Venezuela potrebbe portare benefici anche alla regione caraibica in termini di stabilità.

La posizione ufficiale di Santo Domingo

Il governo dominicano, rappresentato dal presidente Luis Abinader, ha riaffermato una linea di condanna verso gli esiti elettorali venezuelani del 2024, sottolineando che la Repubblica Dominicana non ha mai riconosciuto la legittimità di Maduro dopo quelle elezioni. Abinader ha ribadito l’importanza di promuovere la democrazia, la pace e la cooperazione regionale, pur chiarendo che il suo paese sostiene il rispetto del diritto internazionale e soluzioni pacifiche alle controversie.

Questa dichiarazione riflette una posizione spesso adottata dai media dominicani più attenti alla geopolitica regionale, che richiamano l’attenzione sull’“interesse nazionale” e la necessità di equilibrio tra alleanze strategiche e rispetto per le norme internazionali.

Le reazioni nella regione

La cattura di Maduro ha pure prodotto divisioni all’interno dell’America Latina e dei Caraibi. Mentre alcuni governi appoggiano l’azione statunitense come un passo contro il narcotraffico e per la restaurazione della democrazia, altri la denunciano come una violazione grave del diritto internazionale. In seno alla CELAC (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños), differenti delegazioni non sono riuscite a formulare una posizione unitaria sulla vicenda, con paesi come la Repubblica Dominicana, Panama, e Paraguay che hanno bloccato una condanna collettiva dell’operazione, sottolineando le tensioni politiche interne alla regione.

Cosa significa per i dominicani

Per la comunità italiana e italo-dominicana la notizia segna l’inizio di un nuovo capitolo di attenzione verso le dinamiche latino-americane. In un paese come la Repubblica Dominicana, dove vivono migliaia di venezuelani e dove gli effetti delle crisi politiche regionali si sentono nelle famiglie, nelle imprese e nei rapporti sociali quotidiani, la scena internazionale non è mai distante dalla vita locale.

Il dibattito nei quotidiani come Listín Diario, Diario Libre o El Caribe riflette la complessità di giudizi: dalla speranza di stabilità democratica alla preoccupazione per la sovranità nazionale e le possibili tensioni future nella regione caraibica. La posizione ufficiale di Santo Domingo – pur sottolineando il sostegno alla democrazia – invita alla cautela, evitando slogan facili e privilegiando il dialogo diplomatico come via per un futuro stabile in Venezuela e nei Caraibi.