La chiusura dello #Stretto di Hormuz,
uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, sta provocando
forte preoccupazione nei mercati energetici internazionali. Da questo
stretto tra Iran e Oman transita circa un quinto del petrolio mondiale,
pari a quasi 20 milioni di barili al giorno, provenienti soprattutto
dai paesi del Golfo come Arabia Saudita, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi
Uniti.
Con l’escalation militare nella
regione e il blocco quasi totale del traffico delle petroliere, il
prezzo del greggio è già salito rapidamente, superando gli 80 dollari al barile e con timori che possa arrivare o superare quota 100 se la crisi dovesse durare a lungo.
Di fronte a questa situazione, molti osservatori si pongono una domanda: il #petrolio potrebbe davvero mancare?
Oppure paesi come gli Stati Uniti, grazie alle proprie risorse e ai
nuovi equilibri geopolitici in America Latina, potrebbero compensare
almeno in parte la crisi?
Il problema principale non è tanto la quantità di petrolio nel mondo, quanto la possibilità di trasportarlo.
Gran parte della produzione del
Medio Oriente deve necessariamente passare attraverso Hormuz per
raggiungere i mercati internazionali. Quando questa rotta si blocca,
anche se il petrolio esiste nei giacimenti, non riesce a uscire dal #Golfo Persico.
Questo crea immediatamente tre
effetti: aumento del prezzo del petrolio e del gas, tensioni sui mercati
finanziari, timori di inflazione globale e rallentamento economico.
In altre parole, non è solo una crisi energetica: è anche una crisi economica potenziale.
Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno cambiato radicalmente la loro posizione energetica. Grazie allo sviluppo del petrolio da scisti (shale oil) e a nuovi giacimenti, Washington è diventata uno dei maggiori produttori mondiali di greggio.
Gli USA sono oggi tra i primi produttori al mondo, con volumi superiori a molti paesi dell’OPEC.
Questo significa che, rispetto agli anni Settanta o Novanta, l’economia americana è meno vulnerabile agli shock del Golfo Persico.
A questo si aggiunge un altro elemento geopolitico: il Venezuela.
Il paese sudamericano possiede le più grandi riserve petrolifere accertate del pianeta.
Se queste risorse tornassero pienamente integrate nei mercati
occidentali e sotto forte influenza statunitense, potrebbero diventare
una leva energetica alternativa rispetto ai produttori del Golfo.
In teoria, dunque, una maggiore
produzione venezuelana potrebbe: aumentare l’offerta globale di
petrolio, ridurre la dipendenza strategica dal Medio Oriente, rafforzare
la sicurezza energetica degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Nonostante queste alternative, gli analisti sono cauti.
Anche con più petrolio dagli Stati Uniti o dal Venezuela, la chiusura di Hormuz resta un problema globale,
perché: una parte enorme della produzione mondiale resta concentrata
nel Golfo Persico; i mercati energetici sono globali: se i prezzi
salgono in Asia o Europa, salgono anche in America; aumentare la
produzione altrove richiede tempo, investimenti e infrastrutture.
In sostanza, il petrolio potrebbe non “mancare” fisicamente, ma potrebbe diventare molto più costoso.
La crisi dello Stretto di Hormuz dimostra quanto il sistema energetico mondiale resti vulnerabile ai conflitti geopolitici.
Anche con nuovi giacimenti, shale
oil americano e possibili sviluppi in Venezuela, il mercato del petrolio
rimane fortemente interconnesso. Quando uno dei suoi nodi principali si
blocca, l’intero sistema ne risente.
Per questo molti economisti ritengono che la vera risposta di lungo periodo non sia solo trovare nuovi giacimenti, ma diversificare le fonti di energia, riducendo la dipendenza globale dal petrolio.